Viriato Soromenho Marques No ovo da serpente
Diário de Notícias, 5 de Setembro de 2014
Quando se pergunta pelas causas da barbárie que campeia no autodesignado Estado Islâmico do Iraque e Levante, ergue-se um muro de silêncio. Isso explica-se por um paradoxo: tudo indica que para enfraquecer os fundamentalistas será preciso uma intervenção armada externa. Contudo, os fundamentalistas só ganharam o seu atual poderio pela sucessão de intervenções armadas, insensatas e incompetentes, do Ocidente. Vejamos. Os primeiros responsáveis chamam-se G. W. Bush e Blair. A sua invasão do Iraque em 2003, não só derrubando Saddam Hussein como destruindo o Estado iraquiano, é a raiz de todos os males. Entre nós isso tende a ser esquecido, pois a maioria dos comentadores de assuntos internacionais bateu palmas aos semeadores da democracia pelo cano das espingardas... O assassínio de Kadhafi, em outubro de 2011, ainda é mais sinistro. A Líbia é hoje um paraíso do terrorismo internacional porque Sarkozy persuadiu a NATO a ser, durante meio ano, a força aérea de grupos "rebeldes", entre os quais os que hoje ameaçam as cidades do Ocidente com os aviões comerciais, recentemente roubados no aeroporto de Tripoli. Suspeita-se que Sarkozy pretendia encobrir a revelação do volumoso financiamento de Kadhafi à sua campanha eleitoral de 2007. E a situação só não é pior porque os Comuns recusaram há um ano uma proposta de Cameron que visava usar o poderio aéreo britânico (e, por arrastamento, talvez o dos EUA e da França) contra o regime de Assad na Síria. Se isso tivesse acontecido, os fundamentalistas, provavelmente, já dominariam Damasco. A barbárie tem de ser combatida. Mas é avisado não esquecer que a génese dessa barbárie habita também entre nós. No cabotinismo da atual política externa ocidental. Que se esquece dos princípios e erra na definição de interesses e prioridades.
Luca Geronico «Una donna yazida costa 12 dollari»
Avenire.it, 22 de Agosto de 2014
«Quindicimila dinari, circa 12 dollari». Tanto vale una donna yazida al mercato di Mosul. «Omar, un mio caro amico musulmano, ha finto di essere uno di loro: ha comprato tre ragazze per farle scappare. Adesso sono qui a Erbil, protette dai servizi segreti», spiega Hussam Salem, attivista della Yazidi solidarity and fraternity league.
«Genocidio» pare una parola troppo pesante sulle labbra di questo ragazzo più serio dei suoi 27 anni. «Non è la prima volta nella storia per noi yazidi», ti dice lui con molta calma e dignità. Con la sua “League”, sta catalogando foto e testimonianze. Primi dettagli, prime prove, di quella che tutti i superstiti sperano diventi una causa alla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità.
Difficile avere adesso una stima del numero delle vittime: famiglie scappate a Duhok a piedi, altre messe in salvo con il ponte aereo, altre che hanno varcato il confine. Primi “reperti”, di una storia da ricostruire. Il primo racconto del genocidio è un tragico ritornello: «Ad Ardan, nelle montagne del Sinjar, sono stati uccisi 415 uomini e bambini: fucilati o sgozzati. Tutte le donne sono all’aeroporto di Tell Afar», la cittadina in mano all’Isis. Tutte rapite, come le tre ragazze di Mosul. Ferocia, che si può trasformare in faida intercomunitaria: quando gli uomini dell’Isis sono arrivati a Tell Afar, metà sciita e metà sunnita, gli sciiti sono scappati sulle montagne. «Noi yazidi li abbiamo accolti, un gesto di solidarietà fra popolazioni perseguitate ». Apertosi un corridoio, gli sciiti sono scappati a Sud e «alcuni gruppi sunniti, per vendicare di aver ospitato gli sciiti, hanno assalito il villaggio degli yazidi. Sono stati loro a portare quelle donne all’aeroporto di Tell Afar», spiega Hussam. Faide etnicoreligiose di bande assassine, mentre la gran parte della popolazione ha aperto le porte di casa ai profughi: «A Bashika abbiamo accolto quelli che fuggivano da Mosul. Nessuna distinzione etnica o religiosa».
Anche la fuga sui monti del Sinjar si è tramutata in una trappola diabolica. «Bambini e anziani abbandonati e morti di fame. Un mio amico – dice mostrando la foto di una ragazzina Down di 16 anni – ha abbandonato la figlia sul ciglio della strada. Handicappata, non riusciva più a camminare. Per fortuna è sopravvissuta a due giorni di digiuno. Adesso è in salvo in un campo profughi a Duhok».
L’elenco potrebbe continuare, una lista che Hassan aggiorna ogni sera mentre di giorno, assieme al collecting documents, distribuisce cibo e coperte con “Un ponte per”, l’ong italiana presente in Iraq da oltre 20 anni. Giustizia, per la Lega degli yazidi, in questo momento significa «protezione internazionale: la chiediamo alle Nazioni Unite e anche al Vaticano».
Protezione e sicurezza, dove le forze presenti sul terreno, nelle scorse settimane, hanno fallito. «Lo chiediamo anche alla Santa Sede. Prima il Papa chiedeva di proteggere i cristiani, adesso chiede di proteggere le minoranze. Parole per noi importantissime». A due passi dall’ufficio di “Un ponte per”, nel parco davanti alla chiesa siriaco-cattolica di Mar Shimuni, si aspetta l’arrivo di un carico di materassini dell’Unhcr. Hussam saluta gentile e va ad aggiornare il suo archivio: il tempo farà giustizia.